Le Verità a confronto

unione induista cerimoniadi Sri Jayendranatha (Franco Di Maria)

Le “verità” a confronto nel dialogo interreligioso conducono  ad un più profondo radicamento di ciascuno nella propria e, quindi, ad una sempre più accentuata separazione gli uni dagli altri, a confini sempre più invalicabili, a differenze che esaltano le singole identità invece di con-fonderle.

Questi esiti – per molti versi paradossali (e purtuttavia sicuramente realistici) – inducono Gentiloni a interrogarsi e a riflettere sul concetto stesso di verità nel tentativo, attraverso questa via, di superare l’attuale situazione di stallo. È un percorso (e un suggerimento) quello indicato da Gentiloni (teologo cattolico, n.d.r.) di grande fascino che (su invito di Confronti) cercherò di seguire  secondo l’ottica indù, mettendomi cioè sulle tracce di Dio congedandomi, per quanto possibile, dalla ragioneche – come luogo delle differenze – è la meno adatta per parlare dell’Indifferenziato.

La Verità è una
ma i saggi la chiamano
con molti nomi
” –
recita il Rigveda (I, 164.46).


Questa formulazione ci indica – già di per sé – la peculiarità con cui il pensiero orientale (in particolare indù) percepisce ed enuncia il concetto di Verità. Verità – cioè – come ambivalenza, come luogo di tutti i possibili opposti, di tutte le possibili contraddizioni,  in cui tutto è reversibile e niente divide una realtà da un’altra. Proponendosi come questo ma anche quello,  la  Verità  si sottrae a  giudizi di  valore e  cioè alla logica disgiuntiva che divide il vero dal falso, il bello dal brutto, la vita dalla morte, per divenire “coincidentia oppositorum”, ossimoro di significati. È, appunto, una verità “meno delimitata e meno chiara e distinta, ma più misteriosa e profonda” come osserva Gentiloni.

È la Verità del simbolo e del mito che – ciascuno nel proprio ordine, figurativo e verbale – suggeriscono più che esprimere, nella consapevolezza che ogni determinazione è unalimitazione. Ed è appunto quello del simbolo, nella accezione greca di synballein (mettere assieme, con-fondere), il linguaggio della Verità: perché Dio è – a un tempo – giorno e notte, maschio e femmina, fame e sazietà, luce e tenebre, suono e silenzio. E, proprio per questo, Edmond Jabès può affermare: “tutti i volti sono il Suo, e questa è la ragione per cui Egli non ha volto”.

              Della Verità si può parlare però non solo dal punto di vista del sapere simbolico e cioèintuitivo e immediato (caratteristico della conoscenza indù) ma anche da quello del sapere razionale e cioè mediato e discorsivo.

              Ed è questa, per lo più, la scelta del pensiero occidentale la cui storia – proprio per tale motivo, come ci insegnano (tra gli altri) Martin Heidegger e, oggi, Emanuele Severino e Umberto Galimberti – è la storia della progressiva separazione dal Tutto.

              Dalla Verità come ambivalenza del sapere simbolico si passa così alla Verità comedecisione sul vero e sul falso, sul giusto e l’ingiusto del sapere razionale il quale si fonda essenzialmente sul principio di identità e di non contraddizione. La realtà non potrà più essere allorafascio di significati e cioè questo equello  ma valore unilaterale, incompleto e parziale e cioè oquesto  oquello  perché  il sapere razionale è governato  dal  principio della  separazione  e delladistinzione (dia-ballein) per orientarsi nel mondo. Ma la distinzione sopprime la totalità, porta ad una conoscenza discorsiva e dialogica dove ci sono un “io” e un “tu”, un soggetto e un oggetto della conoscenza e, abolendo la polivalenza dei significati, finisce per dissolvere la Verità.

              Proprio la con-fusione della sapienza orientale nella sua descritta ambivalenza aiuta l’indù a non cadere nella trappola del conflitto con le altre verità perché egli sa che – anch’esse – sono i volti di Dio. E, proprio per questo, a chi non fosse sulla nostra sponda possiamo dire che – noi – siamo sulla sua.